05/05/2008

L'impressione sarà viziata dalla lontananza e da una scarsa conoscenza della realtà romana, certo che a giudicare dai suoi primi atti, pare che il neosindaco della capitale il veltronismo l'abbia imparato benino (persino la lettera all'ambasciatore USA, evidentemente terrorizzato dall'autarchia cinematografica!).

Anche se a essere davvero troppo perfidi visto il tristo momento, astraendo un po' dai personaggi reali e andando sul terreno politico - inclusione, condivisione di valori, senso della comunità, conciliazione dei dissidi all'interno del perimetro comunitario, interclassismo: risulta difficile stabilire bene chi sia la copia di chi.
b.georg
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29/04/2008

«
Ciò che spiega più strutturalmente il successo straordinario ottenuto dalla Lega Nord in queste elezioni è la capacità del partito di Bossi di configurarsi, ormai in oltre vent'anni, come la forza politica più organicamente capace di interpretare la nuova composizione sociale  regionale.

(...)

Il tentativo di dissolverla nella più generale questione italiana o di ridurla alle espressioni più grevi e rozze di taluni politici fallisce da troppi anni per non dover insegnare qualcosa almeno oggi, dopo la tempesta elettorale di aprile.

»


Segnalato da Primo Amore, il sociologo Bettin (pluripresente oggi su FI) dice più o meno le cose che dicevo qui, se non sbaglio, ma lo fa in modo decisamente più sintetico.
b.georg
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29/04/2008

L'Unità del 24 Aprile 2001 (hai letto bene) pubblicava un articolo di Marcello Veneziani, noto intellettuale di destra, che recensiva un libro-conversazione tra Massimo Cacciari e Gianfranco Bettin.
Riletta oggi, nel senso letterale di stamattina, l'opinione di Veneziani, anche se giocoforza interessata, è istruttiva da un sacco di punti di vista.



«

Ma qual è il messaggio politico che Cacciari lancia in bottiglia nel mare di Venezia? È un messaggio di destra sociale.

(...)

“Non sei solo in questo destino» è l'incipit del libro, che potrebbe sottoscrivere chiunque abbia una visione comunitaria della vita, non legata semplicemente alla dimensione del fare e del produrre, ma a quella esistenziale ed essenziale del destino. Il dialogo poi si svolge sul filo della critica alla globalizzazione, al pensiero unico fondato sul primato del calcolo, alla monocultura della mente che coincide con la "ratio economica", all'omologazione planetaria, alla spoliticizzazione. In positivo il riferimento è alla comunità. Chi legge de Benoist e Accame, solo per fare un paio d'esempi, qui si sente a casa. Il suo riferimento esplicito e polemico è all'homo consumans, definizione lanciata da un intellettuale della Nouvelle droite francese, Champetier, che vi ha dedicato un saggio tradotto anche in Italia. Cacciari critica "l'individualismo nella fase più idiota" e "la modernità feroce e idiota" del nostro tempo.

(...)

Ma dove il pensiero di Cacciari coincide perfino in senso lessicale con la destra sociale è nella formulazione dell'alternativa, quando parla di Welfare community, una specie di terza via tra il vecchio Welfare state e l'attuale liberismo. L'espressione Welfare community è il cavallo di battaglia di Gianni Alemanno, leader della destra sociale con Storace, e della rivista Area.

(...)

È curioso e paradossale ma quando Cacciari si sottrae ai percorsi marxisti dell'internazionalismo proletario, ritradotto nella "globalizzazione dal basso" (Bettin), finisce con l'offrire un punto d'incontro - in altitudine - tra destra sociale e destra leghista. Probabilmente, in questa eterogenesi dei fini vi è la ragione ultima del naufragio politico di Cacciari.

»


A parte Cacciari del cui caso personale poco importa, e Alemanno e Storace che non sono più amichetti, e l'idea di welfare community che non è affatto patrimonio esclusivo della destra sociale (è anzi assai diffusa in area cattolica-terzo settore e soprattutto è linea guida del formigoniano modello lombardo di gestione del welfare e ossatura del blocco di potere coagulato intorno alla Compagnia delle Opere); a parte tutto ciò, per restare da queste parti, mi pare che tra neo-comunitarismo, deriva antimoderna della sinistra aristocratica e internazionalismo imbelle di quella buonista la situazione non s'è schiodata di molto: è la spietata ironia delle diverse strategie per giungere allo stesso punto (il naufragio, appunto).
Come si diceva una volta, a sinistra il problema è kulturale?
b.georg
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23/04/2008

(se escludiamo il fatto che i suoi articoli sono di un bel po' più corti)

Fare i politologi non è un lavoro complicato e oltretutto, se lavori per un grande giornale, ti pagano bene.


In questi giorni tutte le analisi concordano su due punti: più ancora di Berlusconi, ha vinto la Lega, e la vittoria si spiega col binomio radicamento nel territorio + paura e insicurezza.

• Vediamo, punto uno. Abbiamo un partito che esiste da 30 anni, che da 30 anni dice le stesse cose, che da un giorno all'altro raddoppia i consensi, e questo sarebbe dovuto al radicamento nel territorio. Se ci si pensa un secondo è una ben bizzarra spiegazione. No?

Ma poi chiariamo cos'è questo radicamento altrimenti nel resto d'Italia si penserà che la Lega abbia una sezione in ogni condominio (no, semmai una cellula dormiente). Il radicamento della Lega, dal punto di vista dell'azione politica, consiste in questo: la lega fa i gazebo. Dato che è presente un po' in tutto il Nord Italia, ha una base di militanti ristretta ma motivatissima e un linguaggio politico alquanto pop, riesce a fare gazebo un po' dappertutto, qua e là. Ma non è che li faccia tutto l'anno, eh, anzi. Li fa ogni tanto, diciamo sotto elezioni e qualche altra rara volta per qualche campagna particolare. Ah, e poi, sempre in quelle occasioni, attacchina sui muri valanghe di manifesti super-diretti (altro che le mandrie di copy che coniano gli slogan ariafritteschi di Walter: urgenza-contenuto-messaggio vince sempre).
Per il resto del tempo il famoso radicamento, se lo intendiamo con azione politica di base, semplicemente non esiste.


Dunque tutto il contrario di un consenso che cresce voto dopo voto, negli anni, grazie a un'opera certosina di prossimità e convincimento. Semmai si tratta semplicemente della mera identità tra rappresentanti e rappresentati, tra progetto politico e aria che tira: è una questione che attiene alla costruzione e formazione del personale politico e si spiega molto di più con la natura movimentista della Lega che con chissà quale astrusa pratica organizzativa.
Non è che la Lega sia radicata sul territorio perché ha le sezioni o chissà che, ma perché è fatta da persone che abitano in un certo posto e il cui programma tratta esclusivamente di quel che succede o dovrebbe succedere in quel posto.

Per costoro Roma è lontana, un altro pianeta, una faccenda che non li riguarda se non in negativo. E non gli serve l'esperto per interpretare o almeno esprimere il posto in cui vivono, per sentire ad esempio che nelle microimprese il rapporto capitale lavoro è mutato rispetto a dove si fermano (1976) le analisi di Rifondazione, che l'ipersfruttamento necessario a mantenere la competizione sul mercato coinvolge tutti, che la finanza le banche e la grande impresa sono nemici reali o potenziali, che il territorio è stato sventrato, deturpato e svenduto senza percepibili miglioramenti in termini di infrastrutture, che il welfare è del tutto inefficiente e non copre i nuovi bisogni, e così via. Lo sanno, anzi lo sono. E la loro risposta (teniamo qui i soldi), anche se ahimé del tutto incongrua, ha una razionalità che sarebbe sciocco sottovalutare - e non è nemmeno una richiesta di abolizione del welfare, tra l'altro, come i Soloni di Repubblica si ostinano a sostenere.
 
Del resto la Lega è anche il partito che conosce le fluttuazioni più macroscopiche in fatto di voti. Storicamente cresce quando sta all'opposizione e cala quando sta al governo. Oggi è tornata ai livelli che aveva 15 anni fa, quando conquistò addirittura Milano. Poi è progressivamente calata riducendosi della metà, a seguito di prove di governo non proprio esaltanti (spiegazione: il personale politico della Lega, specialmente quello nazionale e tranne rari casi - Maroni - è piuttosto improvvisato e scelto in base alle proprie qualità oratorie o di presenza e attivismo militante e di fedeltà, piuttosto che di valore in campo amministrativo e tecnico o culturale o altro. Risultato, quando sono chiamati a svolgere compiti di responsabilità da cui potrebbe scaturire un guadagno in termini di applicazione dei propri punti di progamma, l'azione di questi uomini - e anche donne, ci si ricordi la Pivetti - è quello che è. Qualche esempio: Formentini, il sindaco di Milano più comico del dopoguerra, oggi finito nel Pd, per dire; il porcellum, l'ingegner Castelli alla giustizia...).

Dunque, presenza sul territorio: sì, in un certo senso. Ma soprattutto assenza degli altri, eh.


• Paura e insicurezza: è una questione ormai diventata dogma, figuriamoci se mi azzardo a metterla in dubbio.

- Paura del micro-crimine legato all'immigrazione irregolare e percepito direttamente sul territorio (in Italia gli unici reati che aumentano, pare, sono borseggi e furti e in quel campo, almeno se ci si base sul dato in verità alquanto deficitario delle persone arrestate, gli immigrati irregolari vanno alla grandissima - mentre del tutto irrealistica e falsa è l'idea alimentata dai media che nell'aumento della violenze sulle donne l'immigrazione c'entri qualcosa).

- Insicurezza per la competizione globale che manda in crisi il tessuto delle piccole e medie aziende che ha fatto lo sviluppo del Nord, anche contro la grande azienda pubblica e privata.

Tutto ciò farebbe dimenticare alle classi popolari le differenze e gli interessi di classe e le spingerebbe a un'alleanza comunitaria e difensiva (ma in realtà suicida) con gli interessi del tessuto di microaziende suddetto. Il padrone della piccola aziendina che gira col Suv alleato ai suoi dipendenti - italiani o stranieri regolari - che arrivano in azienda in Panda o sul motorino smarmittato, contro l'irregolare e il Rom che deturpano il territorio visivo, infastidiscono o rendono insicura la vita quotidiana con le loro brutte facce. E contro le aziende cinesi. E contro lo stato e il suo welfare solidaristico e assistenziale, che con le tasse rubano la ricchezza del territorio per (non) restituirla in servizi scadenti, clientelismo e malaffare.

È una lettura che va per la maggiore, coniuga sociologia con xenofobia, contiene una buona dose di verità e sembra persino di sinistra (a parte il fatto che il welfare italiano è ben poco solidaristico e redistributivo, essendo anzi per più di due terzi assicurativo, cioè costruito sulle pensioni e non su servizi universali e quindi a dirla tutta difenderlo così com'è non equivale esattamente a dire una cosa di sinistra, semmai democristiana).

Leggere la società e la politica attraverso le emozioni però è un esercizio di equilibrio. Senza dubitare di queste analisi, al massimo posso chiedermi perché si parli tanto di paura e così poco di odio, e per nulla di desiderio. A me l'odio pare più interessante, per dire. A rivangare nella memoria ricordo che era considerato piuttosto di sinistra un tempo, quando si cercava almeno di distinguere tra radice di quel sentimento e luogo in cui si scarica. E tra l'altro non me lo vedo chi vota Lega come un tipino timorato e impaurito, a me sembrano tutti belli incazzati, piuttosto... Ma quello dell'odio e della paura sarebbe un discorso lungo e scabroso.

Quanto al desiderio... La sinistra ha smesso da secoli di costruire le proprie analisi della società rintracciando il desiderio che l'attraversa e le maschere con cui si traveste, il che spiega perché le sue risposte siano per lo più frontiste, difensive, conservatrici, catastrofiste, altezzose, snob, moraliste, depresse, tragicomiche e tendenzialmente suicide. Ma sarebbe un altro discorso, appunto.

La paura, sorella dell'emulazione e genitrice dell'ordine, produce mera conservazione quando non reazione. Produce la destra classica. Ma tutto è la Lega fuor che classico, fuor che mera conservazione: la Lega è il soggetto politico più radicalmente sovversivo - purtroppo anche quello più sgangherato - prodotto in Italia dal 1921, un soggetto indipendentista, organico alle profonde trasformazioni produttive avvenute in alcune regioni del Nord Italia e ad alcuni dei soggetti sociali emersi in quel frangente, un soggetto che mira apertamente a smantellare la struttura dello "Stato oppressore" politicamente e finanziariamente.
Sì, poi uno pensa al parlamento padano e al dio Po dei celti o sente Bossi delirare di spiritualismo e tende ad archiviare la faccenda come folklore politico di un gruppo di squilibrati, altro che iperdemocraticismo da rivoluzione americana, e in parte però sbaglia, perché il punto è lì - o avrebbe potuto essere lì, in un mondo migliore...

Vabbé, torniamo sulla Terra e alla Lega che vince le elezioni.
Vorrei far notare: da dove viene il voto alla Lega "in più" rispetto al risultato modesto di due anni fa? È piuttosto accertato: viene da Forza Italia (Cacciari, che in queste cose non sbaglia, dice che in Veneto la Lega ha massacrato FI).

Ora, com'è noto FI poco prima delle elezioni si è unita a Alleanza nazionale in vista di un futuro partito unitario. E AN è notoriamente un partito assai poco tenero verso l'immigrazione (vien quasi da dire che lo sia in modo culturalmente più strutturale rispetto alla Lega, perlomeno a dar credito alla nostra poco argomentata distinzione tra paura e odio). Dunque, FI si allea con un partito del genere, e parte del suo elettorale la premia... votando Lega, e la cosa sarebbe motivata con "paura e insicurezza". Non dico di no, ma forse non è così semplice. Una scelta del genere non mi stupirebbe per quei voti in transito dalla sinistra radicale alla Lega (ma sono piuttosto pochi, tutto sommato).
Ehi, forse qualcosa non torna?


I miei 5 centesimi: e se il problema fosse proprio quell'alleanza, al Nord mai digerita, con un partito "romano e statalista" come AN? A nessuno tornano in mente le antiche (e poi naturalmente rientrate, come è costume suo) sparate del Bossi su "noi siamo un partito di lavoratori, noi ai fascisti spariamo a vista"? Non è che una parte di quell'elettorato fluido tra FI e Lega vede come il fumo negli occhi il Pdl, cioè l'unione strutturale tra FI e i noti "fascisti" bossiani? E se addirittura il problema fosse ormai Berlusconi, che agli occhi di questa frazione di elettorato non è più - o non è mai stato del tutto, in realtà - affidabile, in quanto non organico alla famosa base sociale della Lega? Meglio fermarsi qui, anche i politologi hanno un limite.

Il Pdl cresce un po' al Sud e barcolla alquanto al Nord, l'alleanza tra Lega e berlusconismo sembra solida eppure si cannibalizzano a vicenda e le analisi della vittoria al momento fanno parte più del piccolo cabotaggio speculativo che di uno sguardo capace di anticipazione. E senza anticipazione, niente politica, come recitava il vecchio operaista.
b.georg
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22/04/2008



I leghisti? Solo razzismo e paura.
I Rom? Solo delinquenti e violenza.

Sui due principali quotidiani nazionali qualcuno prova ad andare oltre la caricatura, per scoprire probabilmente che la realtà è anche peggiore e più intricata, più tragica.

***
Nord tra malessere e ricchezza
Ilvo Diamanti su Repubblica

«Lo sviluppo del Nord si è espresso in relazione stretta con la politica (e l'antipolitica). Lungo tre assi. 1) La contestazione dei tradizionali centri del potere economico e politico: Torino e Roma. Confindustria, il sindacato e i partiti "romani". 2) L'insofferenza per la politica, come mediazione realizzata dagli specialisti e dalle organizzazioni. Economia e società senza politica. Imprenditori, uomini del "popolo", che parlano come la gente comune. E gliele cantano forte a Roma, ai partiti romani, alla sinistra, al sindacato. Perfino a Confindustria. 3) La rivendicazione autonomista. Che, volta a volta, assume forme e traduzioni diverse: federalismo, indipendenza, secessione, devoluzione».

***
Topi e rifiuti. Via Dudovich, l'inferno rom
Andrea Galli sul Corriere

«Prendo 70 euro alla settimana, come manovale», dice l'allenatore Petre, 52 anni, faccia da brav'uomo, «me ne servono migliaia per mio figlio, è mezzo morto dopo un incidente, deve fare operazioni, ricoveri, riabilitazioni ». «I compiti li facciamo lo stesso», dicono i fratellini con Stefan, 13 anni, che ha i pantaloni imbalsamati dal fango e con la bellissima Bianca, d'un anno minore, che cammina per le pozzanghere alzando, con grazia, la gonna bianca schizzata d'olio (ha appena aiutato la mamma a cucinare)».
b.georg
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15/04/2008

(pezzo destinato a elettori di sinistra)

Io la capisco, la tristezza, ma la delusione mica tanto. Non si possono confondere le balle che si sentono in campagna elettorale con la realtà e la logica.

Allora, prescindiamo un secondo da quello che ci piace e ci fa schifo, partiamo dai fatti: dopo due anni di coalizione e di governo a dir poco catastrofici finiti tra le pernacchie con lo scioglimento anticipato delle Camere e la vergogna e lo sberleffo generali, il maggior partito di quella coalizione non dimezza i propri consensi come sarebbe logico aspettarsi - e come accade infatti ad altri -  ma nel dato disaggregato delle forze che lo compongono li aumenta di qualche punto percentuale finendo, pare, ad appena 4 punti dal partito di Berlusconi. In voti reali si tratta di un centomila in più rispetto al 2006. Non so come definire se non quasi incredibile questo dato. Evidentemente gli elettori di quel partito devono essere impazziti. Poi, sì, i punti in più rispetto al 2006 sono circa due e non venti come sarebbe stato necessario per vincere. E gli asini ancora non volano in cielo, avete notato?

Qui c'è qualcuno (tolto Walter, eh) che pensa seriamente che dopo che il tuo governo ha fallito, sia possibile aumentare di venti punti e vincere? O non è razionale pensare che al più si può cercare di tenere botta? Se l'argomento contro Veltroni - che non è certo il mio politico di riferimento, giusto per chiarire; io preferisco politici che dicano anche qualcosa, ogni tanto - ma se l'argomento è che non sa fare i miracoli, ho idea che la critica sia deboluccia.

Ma non tutta l'Unione ha tenuto, questo è il punto. 33+4+10 farebbe 47: avremmo perso lo stesso, ok, perché i 10 non si sommano ai 37, ma almeno sarebbe rassicurante. Invece quei 10 mancano tutti. E sono la Sinistra arcobaleno.

Ora, sento dire che la Sinistra arcobaleno è stata uccisa dal PD e dal "voto utile". Ma se il PD aumenta di due punti e la Sa (nel dato disaggregato) ne perde più di sette, c'è qualcosa che non torna. Naturalmente manca un'analisi dei flussi, ma mi pare improbabile che un massiccio voto utile da sinistra abbia salvato il PD da un'emorragia di voti di centro. Non è che semplicemente quei voti sono andati un po' a Ferrando e compagnia, un bel po' all'astensione e persino un po' alla Lega (e sì, un po' anche al PD, sai com'è)?
Ma poi, anche fosse: che razza di critica è: "i miei elettori hanno preferito te a me, quindi è colpa tua"? Sarà ben mia la colpa, o no?
In realtà: il risultato piuttosto positivo di una parte dell'ex Unione è dovuto essenzialmente alla scelta del PD di correre da solo. Scelta elettoralmente provvidenziale, a ben vedere. Chi dice che con questa scelta il PD ha consegnato il Paese a Berlusconi dovrebbe riflettere sul fatto che, intanto, sono gli elettori ad averlo fatto, e poi che senza quella scelta avremmo, da logica, il PD al 20-25%, non al 33, e Sa magari al 5 invece che al 3. Sai che risultato.

La Sa invece paga molti errori suoi e qualcuno non suo: paga i due anni di Prodi in cui non ha ottenuto nulla, ovviamente, ma poi paga l'aver costituito un cartello controvoglia e poco credibile che dall'esperienza di governo non ha saputo differenziarsi agli occhi dei propri elettori potenziali, come invece ha saputo fare in qualche modo il PD, paga l'assenza di un messaggio credibile, paga la mancanza di un qualsivoglia progetto che non sia rivendicativo o sindacale o residuale, paga l'affidarsi a personaggi dal dubbio profilo (Pecoraro su tutti) o fuffosi (Mussi detto l'inutile...), paga l'impressione palpabile di smobilito offerta in tutta la campagna elettorale...

Pur nel lutto per l'assenza di una vera forza moderna a sinistra del PD - assenza che non dipende però dal voto, visto che non c'era nemmeno prima... - occorre anche dire che "la sinistra scompare dal Parlamento" non è proprio vero, a meno di pensare che un partito in cui ancora militano D'Alema, Bersani ecc. sia un partito di centro-destra. Sì, ok, la Binetti, la Madia... I lasciti di Rutelli e le pessime idee di Veltroni. Ora però ditemi che nel PD la Binetti conta più di D'Alema e vi pago un viaggio premio a Cuba.
Oh, se poi vogliamo giocare a quelli incazzati per cui gli ex DS non sono di sinistra, mentre "è risultato chiaro che il comunismo è una necessità fondamentale della società italiana" (Marco Rizzo, detta oggi) e chi vota di là - proprio le persone, eh - è fascista mafioso razzista e fa schifo come essere umano, facciamolo pure, in fondo l'adolescenza protratta e il vittimismo sono tratti peculiari dell'Italia contemporanea e le gare di rutti possono anche essere divertenti.

La cosa inaspettata però, è che al nord la crescita della destra non è dovuta a Berlusconi ma all'esplosione del voto alla Lega; voto interessantissimo e ambiguo perché attraversa diverse fasce sociali (o classi, come si amava dire un tempo) riuscendo a costruire una sintesi anch'essa ambigua e bifronte. Voto che ha sicuramente una vasta componente "popolare" (nelle roccaforti operaie la Lega dilaga, Sa sparisce), voto senz'altro raccolto a destra ma in sé, almeno in parte, più pragmatico che ideologico (Malpensa e l'inefficenza dello Stato contano quanto l'invivibilità delle periferie, gli istinti securitari quanto la voglia di modernizzazione, la paura reazionaria quanto il desiderio di mobilità sociale), voto storicamente ondivago e intimamente contraddittorio (incazzarsi perché si vive in un buco schifoso e insicuro votando proprio quelli che lo governano da vent'anni è un po' strano, no?). Voto di chi vuole più servizi e più efficienti e di chi vuole invece privatizzarli, uniti in un discorso che preferisce parlare d'altro.

Se la sinistra-sinistra non sa intercettare una fetta consistente di questo voto, come potrebbe benissimo fare, sarebbe il caso di chiedersi se andare oggi a Baggio o a Quarto Oggiaro con la falce e martello cucita sul cashmere e la faccia schifata di chi attraversa una landa di subumani razzisti sia proprio la cosa più intelligente e attuale da fare.
b.georg
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11/04/2008

È così, le coalizioni ci hanno stancato: tutti con tutti, tutti contro tutti, alla fine nessuno che fa un cazzo di buono.

Ma anche i partiti separati, diciamolo, che delusione. Si scindono, si unificano, si presentano, ma sono così mosci... Uno sogna la Danimarca, la Spagna, l'America, e si ritrova diviso tra Cassano Magnago e Buonilandia.

Il punto è che tutti vorremmo un partito che ci rispecchi davvero. Ma come fare? Forse uno che ha la risposta c'è. Lui.
b.georg
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04/04/2008


non credo
di fare
una confessione scabrosa


Alitalia ha tanti piloti
che potrebbe permettersi

il triplo di aerei

e impiegati amministrativi
in numero sufficiente
a coprire le esigenze
di dieci aziende
un call center che costa due
tre volte di più di quelli
equivalenti ma se io

sindacalista ho la mia base
tra i lavoratori magari

precari del call center
come diavolo faccio

ad accettare la realta?
la contrasto
con tutte le mie forze


(testo di Luigi Angeletti, segretario della Uil, La Repubblica venerdì 4 aprile 2008)
b.georg
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03/04/2008

questo è il messaggio
a cui tengo molto

perché ho la faccia incazzata?
ho la faccia incazzata perché respiro
sfiducia respiro
aria di aspettativa,
respiro
quelle facce da senso critico
come quando uno vede una partita di pallone non ce la fa tutti
sono professori perché 
perché la gente legge i giornali vede il titolo si rimbalza
si crea dei grandi
film
che sono tutte cazzate

oggi
non parlo di alessandro parlo
di napoleone
napoleone a uaterlo (una pianura, in belgio)

fece il suo capolavoro
tutti lo davano per
fatto
per cotto
per la supremazia degli avversari c'aveva
cinque grandissime nazioni contro delle forze in campo però
strategia
chiarezza

delle idee determinazione
forza napoleone
fece il suo capolavoro
a uaterlo

allora
le facce
scettiche
le facce de
non servono a un cazzo
questa è una delle aziende più belle che esiste al mondo e allora
forte di questa
convinzione noi dobbiamo
dimostrare che questo è
un fatto
piangersi addosso non serve assolutamente a gnente
e come nel momento duro dagli spalti la gente ti dice eh
la squadra non gira
non corrono
bene
correte di più stringete
i denti
prova di carattere
e allora dagli spalti vi applaudiranno perché
voi andrete e segnerete
come fece napoletone a ua


(testo di Luca Luciani, Head of Domestic Mobile Services di Telecom Italia)


news
Segnalo un'altra versione dello stesso mirabile testo, qui. Meno enfatica e mimetica, quasi meditativa. Del resto quando il materiale è di livello...
b.georg
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01/04/2008



Raccolta di racconti del 1996, tradotta nel 2005.
Inaspettatamente bello (almeno considerata la mia ignoranza - totale - di questo autore). Una scrittura che pare di gomma, che rimbalza di qua e di là come una palla magica, e poi inventiva, intelligenza, e la capacità di far ridere e piangere a mezza pagina di distanza. Apocalittico senza geremiadi, ossessionato da tutti gli usi comici e stupidi che si possano fare della tecnologia, Saunders, nella forma del racconto futuribile, scrive quelle che sembrano favole o allegorie acide e tragiche sul presente politico ed economico USA e non solo. Godibilissimo per l'impianto satirico dei racconti ma insieme colto nei riferimenti - l'ultimo racconto, Bengodi, rifa il diario di viaggio picaresco in un futuro prossimo postcivile: qui, in mezzo a dialoghi straniati e strambi tra fuggiaschi mutanti e improbabili uomini d'affari a dorso di mulo, capita di assistere a una scena "di locanda" raccontata con i ritmi vertiginosi e gli ingredienti della comica anni '20, brillantissima parodia della famiglia/azienda e di un padre ridicolo, ma passa solo una pagina e con la stessa bravura ecco una pugnalata straziante di amore padre-figlio che Mc Carthy gli fa una pippa, scusate il francesismo. Da applauso.
b.georg
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28/03/2008

Sempre in tema di letteratura, due pezzi interessanti comparsi nei giorni scorsi.

Il primo su: si può narrare il dolore evitando patetismo ed enfasi?


«Il tralalà si nasconde ovunque: nelle lacrime in diretta, nella commercializzazione delle notizie, nelle similitudini coi cuoricini. Nessuno di noi ne è indenne. Ogni volta che decidiamo di scrivere del dolore, questo rischio si apre come un abisso sotto i nostri piedi. Il materiale dolente ci brucia fra le mani, ed è facile cadere nella vergogna»

Giorgio Fontana, La distanza tra letteratura e dolore. Leggi tutto.


Il secondo su: l'idea romantica dello scrittore che crea dal nulla contro l'idea dello scrittore che si documenta, e come funziona la seconda.


«Quando comincio a scrivere, a scrivere nel vero senso della parola, quando cioè le macchine escavatrici nei cantieri del mio testo cominciano a incidere i segni dei loro denti nella terra, mi accorgo di solito che la documentazione che ho accumulato e consultato non mi serve a niente. O meglio, mi accorgo che questa costituisce una base di fondo, una base certo indispensabile, ma incompletissima e troppo poco approfondita. Quello che mi serve in quel momento, per portare avanti la storia che si sta delineando nella mia testa, per alimentare i miei cantieri, è ben altro. Mi accorgo con spavento che i miei cantieri sono bloccati, che non posso più scrivere una linea, se non trovo subito i documenti che mi servono».

Giacomo Sartori, I cantieri del romanzo, leggi la prima e la seconda parte.

(Il) Crise, Nazione indiana
b.georg
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25/03/2008



Romanzo del 2008, libro d'esordio.

Storia di un amore contrastato e impossibile che è nel contempo una doppia storia di formazione.
Ad esser schietti è un po' un polpettone melodrammatico in salsa mucciniana, pur ben rivestito.
M
entre gli impedimenti al risolversi della scena amorosa prolungano la vicenda tenendo desta l'attenzione del lettore, l'intreccio descrive il percorso di due adolescenze assai protratte la cui lunghezza è giustificata dalle gravi disgrazie accadute ai protagonisti in età infantile che hanno lasciato in loro strascichi psicologici indelebili. Il quadro di melodramma si allestisce attraverso l'attenzione agli elementi dell'emotività più "toccante" e adolescenziale, ricercata con ampio utilizzo di cliché che descrivono un ambiente sociale e generazionale ristretto e riconoscibile da parte di un pubblico ben disposto alla lacrima (muccinismo).

In questa cornice si comprendono i vari aspetti dell'opera:

- l'architettura dell'intreccio, abbastanza articolata, affianca a una progressione lineare (i due protagonisti vengono seguiti a partire dall'infanzia fino all'età adulta) alcuni elementi che servono per dinamizzare la doppia linea principale: personaggi secondari che sviluppano in qualche caso piccole sottostorie relativamente autonome e incrociano in vari punti il corso principale, eventi "topici" durante i quali avvengono svolte nella trama ecc.. Le scene sono, almeno fino a metà libro, ben risolte, poi diventano in qualche caso, specialmente nella fase "lui all'estero e lei sposata" - piuttosto farraginose (l'autore ha il problema di arrivare alla fine programmata ma deve far passare un bel po' d'anni, a quanto pare; il lettore lo capisce e inizia a leggere una riga sì e una no); i sommari appaiono ovunque un po' troppo didascalici.

- Lo stile: il tono assorto, il discorso indiretto libero, l'uso insistito, fin eccessivo, delle digressioni, in particolare certe analessi quasi forzate, la ricerca continua del dettaglio psicologico sembrano inseguire da vicino un modello classico e nobile di "romanzo europeo". L'insistenza non vanifica il progetto autoriale ma gli dà spesso un sapore di rigidità decisamente scolastico;

- il lessico è medio, standard, senza particolari caratterizzazioni o sottocodici;

- La prosa (il punto più debole) è sì asciugata e per fortuna priva di toni patetici chè la materia già lo è per conto suo, tuttavia esibisce una costanza monocorde che tracima nella piattezza diventando a volte decisamente noiosa; l'autore pare sentirlo e infatti qua e là cerca di nobilitarla e abbellirla infiorandola con immagini metaforiche, pratica ad alto rischio che infatti poche volte - forse solo una - dà risultati davvero buoni, per lo più appare per quel che è: un tentativo di abbellimento ergo un tentativo vagamente kitsch;

- i personaggi sono estremamente tipizzati, privi di vera complessità, in qualche caso puri cliché (è curioso come, essendo il cliché più abusato quello del "personaggio-sofferente-molto-profondo-e-chiuso-in-sé", l'autore riesca per lo più a barare senza farsi scoprire). Dunque il genitore-stupido è stupido da manuale, l'amica-stronza è stronza alla enne, le bullette-del-liceo sono bullette precise, il marito-che-ti-ama-ma-non-può-capirti è proprio come te lo aspetteresti in un film di Muccino, e via di questo passo. Da notare che l'uso del dettaglio psicologico in presenza di personaggi siffatti, monodimensionali, riesce piuttosto paradossale.

Questo tipologia di personaggi è perfettamente in linea con l'impianto melodrammatico generale; ciò che lascia perplessi semmai è la tendenza a strafare. Per dire: aver abbandonato nel parco in un momento di debolezza o ribellione, quando si è appena un bimbo, la propria sorellina che si suppone annegata a seguito dell'abbandono (la sorellina minorata mentale, oltretutto: quando si dice che le disgrazie non vengono mai da sole...) giustifica senz'altro una gravissima e duratura depressione, ma non si capisce come possa far diventare qualcuno un grande matematico.

In almeno un caso la lettura ci mette di fronte a una bella trovata (tecnicamente parlando): è il capitolo in cui la protagonista ricatta la domestica per farsi accompagnare a fare un tatuaggio. La struttura del breve capitolo è un piccolo capolavoro di costruzione circolare, che inizia con un'analessi riguardante il passato della domestica (che naturalmente, essendo sudamericana, conserva un segreto inconfessabile a base di amore e destino, e vabbè...) di cui solo alla fine si comprenderà lo scopo. Se però uno riflette un minuto si avvede che questo pezzo di bravura è destinato a dar corso a uno sviluppo della protagonista esagerato e meccanico: accolta inaspettatamente nel gruppetto delle "stronze snob" della propria scuola, come folgorata, eccola diventare stronza a sua volta in dieci secondi netti.

Sugli aspetti ideologici: le disgrazie che danno l'avvio a queste due adolescenze interminabili possono venir lette come materializzazione magica di una masochistica volontà di punizione connessa ai precoci desideri di trasgressione dell'ordine familiare - Alice odia i diktat sportivi dello stupidissimo padre, Mattia si ribella all'ottuso buonismo genitoriale. Non è un caso che tutta la vicenda si muova allora dentro il perimetro intimo della storia familiare e tutto il problema della minorità protratta, del non riuscire a divenire adulti si materializzi per l'una come anoressia e rifiuto della maternità, per l'altro come incapacità di avere rapporti sessuali.

Alla fine il raggiungimento della maturità segnerà per entrambi la fine di una diversità vuota e tutta l'introiezione del conflitto, agita in senso autolesionistico ma pur sempre espressione contorta di resistenza, si rivelerà un'impalcatura non più necessaria: una specie di beffarda sconfitta nella vittoria. Entrambi, nel dolce lieto finale appena accennato, rientreranno nel corso generale delle cose e anche la loro affinità dovrà sciogliersi nel consolante divenir come tutti e lasciar andare, lasciar scorrere: la corrente d'acqua che forse s'è presa la piccola Michela all'inizio del libro non appare però meno infida e mortifera per il fatto di venir osservata con languida consapevolezza da un'Alice divenuta finalmente adulta, fortificata e riconciliata. La consolazione della storia, del tempo, è una consolazione che sconfina nell'oblio, par di capire. Ed ecco, senza bisogno di uscire di metafora, che abbiamo perso con l'acqua sporca anche il bambino...

(su queste faccende, leggi anche
qui e relativi commenti).

È encomiabile che, all'esordio, un autore italiano abbia cercato un intreccio articolato e ampio senza limitarsi a vaghi pensierini autobiografici privi di sviluppo intorno ai quali si avviluppano in molti anche ben oltre il primo libro, e che almeno a livello della gestione della materia romanzesca ne sia uscito illeso; tuttavia è difficile non notare che su molti altri piani, sui piani della finezza, il libro risente di una forte mancanza di fluidità e naturalezza che, volendo, si può anche attribuire a inesperienza.

Ad ogni modo tutti gli aspetti analizzati, se possono in qualche caso apparire difetti, hanno però il vantaggio di non spaventare e di conseguenza di non alienarsi fasce di pubblico cui l'autore si rivolge e in cui evidentemente si riconosce (il che accadrebbe con una scrittura con troppa personalità o un lessico molto originale, o con personaggi troppo sfaccettati e sorprendenti, o con un impianto più lineare ed essenziale o viceversa più dichiaratamente sperimentale o barocco, o con uno stile non attento, coi propri difetti più che coi propri pregi, a strizzare l'occhio alle vaghe reminescenze di "romanzo europeo" di lettori non troppo assidui).

Se poi a questo aggiungiamo:
- una struttura romanzesca nel complesso abbastanza ben tenuta;
- un titolo suggestivo da cui trasuda anche un'aria iper-romantica e piuttosto sturmunddrang che ammicca a un pubblico pseudo-colto o all'idea adolescenziale di cosa sia cultura e profondità - il sempiterno errore adolescenziale per il quale la solitudine e la tristezza sono più profonde della gaiezza e dell'espansività;
- una copertina decisamente azzeccata;
- un battage di recensioni organizzato da un editore non proprio alle prime armi;
tutto ciò messo assieme forse spiega il discreto successo commerciale di quest'opera prima.
b.georg
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20/03/2008

Sono appena al secondo libro di Giovane Narrativa Italiana e già sto valutando l'opportunità di procurarmi un amuleto o almeno di toccarmi le palle.
Giunto a pagina 60 di La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, libro d'esordio di cui si parla un gran bene (p
ost scriptum: qui la mia recensione completa) e sommando a questo il libro di Cognetti letto giorni fa posso già contare: due anoressie, due abbandoni di minore, un divorzio, sei infanzie infelici, un incidente deturpante, un omicidio colposo che segna una vita, una zoppia, un semi-nanismo, abuso di psicofarmaci, episodi di bullismo, problemi con le ragazze, problemi con i ragazzi (e si potrebbe proseguire).
Che uno dice ci mancherebbe, la sfiga fa notizia. Ma se poi la trova dentro storie timide, intimiste, minimali, educatamente realiste, attente a non sporcare il tappeto, e scritte bene eh, che si vede che hanno fatto le scuole giuste... qualche dubbio
viene.

Così, se dovessi trarre una conclusione sbagliata - un mero, stupido giudizio di gusto precritico, cioè che non implica affatto che si tratti di brutti libri o di capolavori - su quale sia l'immagine che se ne ricava direi: che in questi narratori è radicata l'idea che la vita sia qualcosa che si deve scontare, che se stai al mondo prima o poi la devi pagare. A fare il sociopsicologo da strapazzo direi che si intravede una volontà di essere puniti che sfiora il masochismo. Né illusione né tragedia, solo un timoroso affacciarsi, fragile e presto dimesso. (Come se tutto il desiderio di libertà e di ribellione e di "sana immanenza" delle generazioni precedenti, velleitarismo compreso, avesse preso un tale rinculo da finire a cascata sulla testa di questa come senso di colpa e necessità di espiazione, ma lo direi tra parentesi). Io, se traessi conclusioni del tutto affrettate, parlerei di un effetto di contorno del diluvio di moralismo pseudocattolico familista e colpevolizzante che si è riversato sugli italiani attraverso i media generalisti negli ultimi 15 anni.
Ma non si deve generalizzare, ovviamente. Una rondine non fa eccetera, e nemmeno due. In fondo ci sono sempre Melissa P e consorelle. E poi mi mancano ancora 240 pagine.


Aggiornamento. Sono bastate altre 10 pagine, un viaggio breve di metropolitana, e all'elenco si sono aggiunte un'omosessualità non dichiarata causa di feroce disadattamento e atti gravi di autolesionismo, nonché episodi di evidente idiotismo genitoriale. A gruppi di tre sfighe ogni 10 pagine è possibile che prima della parola fine si sia consumato tutto il DSM IV.
b.georg
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19/03/2008



Una piccola cosa che sta per esplodere (2007), secondo libro di Paolo Cognetti, assomiglia al tema dei cinque racconti che lo compongono: l'adolescenza come tempo anfibio del non più e non ancora, l'incertezza della crescita, l'ambiguità dell'essere una cosa che ne maschera e prepara un'altra, e l'incapacità di identificarsi nell'una e nell'altra.

Mi pare infatti ci sia qualcosa di ambiguo, di non risolto anche nel libro di Cognetti.
Che, va detto, è bravo nel gestire lo sviluppo delle trame, dei personaggi, a tratteggiare con rapidità efficace gli ambienti, a inventare belle soluzioni, il che fa di questi racconti non dei flash, ma veri e propri suggestivi micro-romanzi. La scrittura, pulita, sempre leggibile senza mai cadere nel giovanilismo, si vuole controllata, assorta, adulta. Difficile tuttavia non notare anche la quantità di scarti, nella forma dell'effusione e del calore, che la attraversano.
(In schede e interviste un po' ovunque si cita spesso il nome di Carver, a mio modesto parere un po' a sproposito: che sia un'influenza o un'aspirazione non discuto, ma mi pare che l'asciuttezza al limite dell'informale dell'americano sia un modello poco coerente con la scrittura di Cognetti).


Il carattere generale pare essere il seguente: storie di formazione in cui l'umanità coincide con l'autenticità, nella forma della consapevolezza del dolore. L'impostazione è quella di un minimalismo psicologico che a tratti sfuma nel sentimentale.
In queste storie, dunque, da una parte troviamo i personaggi che riescono a diventare "autenticamente umani": sono quelli che hanno il coraggio o la ventura di giungere alla consapevolezza di sé separandosi dal contesto, dall'eredità e dal ruolo (Margot nel primo racconto, Diego nel secondo, Mina nel terzo e così via). Questo passaggio apre loro un futuro inedito in cui, forse, la sofferenza trova un suo posto e un suo senso, un significato; anche se si tratterà di un significato solo letterario, come si lascia sfuggire a un certo punto - in modo un po' fuori luogo e "appeso", a dire il vero - uno dei personaggi ("la vita non ha senso, si scrivono storie proprio per dargliene uno").
E poi ci sono i sommersi, i perduti, quelli che cadono, che si inabissano in un buco nero - che forse coincide con la vita stessa? - i personaggi che restano preda del proprio contesto, lo subiscono o cercano solo di sopravvivergli, senza guardare davvero in faccia se stessi (la piccola anoressica nel primo racconto, Simone nel secondo, Claudia e sua madre nel terzo e così via).

Le storie procedono dunque secondo lo schema classico del romance: il protagonista-eroe si trova perduto, seguono le peripezie per ritrovare la strada, compare una figura guida di tipo genitoriale (la dottoressa, Antonia, Tito) o un legame di solidarietà con un proprio pari (Cristina, Sonia, Tania) fino a un appena accennato ma evidente lieto fine (tranne ne La stagione delle piogge, che è a mio giudizio anche il migliore dei cinque). È il classico percorso iniziatico che, articolato oggi, assume però l'aspetto di letteratura risarcitoria, consolatoria. Ma: consolarsi da cosa?

Questo è secondo me il punto irrisolto: come, nello stile, l'autocontrollo non riesce a tenere a freno l'effusione, qui l'apparente buonismo misericordioso, l'atteggiamento empatico di colui che, da una posizione protetta, si proccupa del debole e dei suoi dolori (il debole per eccellenza del melodramma, cioè il bambino), questo pur asciutto e misurato e dignitoso sentimentalismo che cerca il lieto fine, occulta a malapena strappi di struggimento e nostalgia feroce che sono viceversa senza alcuna speranza - strappi visibili in certi dettagli accurati delle scene, in certe descrizioni, in certi toni di fredda malinconia, in certe sentenze accennate; e poi nell'uso del narratore onniscente e dei verbi al passato, che proiettano in modo paradossale storie di crescita e di apertura al futuro nel già accaduto, o nel ricorso a una prima persona rammemorante che rievoca al passato la storia di una vittoria (quella della madre contro la nonna), denunciando nello stesso tempo il proprio tentativo disperato e largamente sconfitto di sottrarla all'oblio, come nell'ultimo racconto intitolato non a caso "Tutte le cose che non so di lei". Una nebbia di straziante malinconia che si infila in tutti gli anfratti, uno struggimento che non solo non è tematizzato, ma che le storie vorrebbero addirittura se non contraddire almeno risolvere. E che pare rivelare invece, sotto traccia, un vero e proprio atroce, inconsolabile male di vivere e senso di morte incombente che queste storie, ben scritte ma un po' troppo edificanti, non sono in grado di esprimere.
(Fare raffronti è sempre sbagliato, ma che differenza di consapevolezza autoriale tra questi adolescenti e quelli/o di un libro apparentemente simile come Tu, sanguinosa infanzia, di Mari, in cui il frutto acerbo del sentimentalismo è letterariamente maturato in un perfetto sadismo dei sentimenti).


Forse, come i suoi personaggi adolescenti, Cognetti col talento che gli si riconosce, dovrebbe decidere chi essere, se un minimalista sbagliato, in salsa maccheronica e sentimentale, o un narratore che si libera di modelli e dover essere e parla senza paraventi. Le storie dei suoi personaggi si fermano sulla soglia: hanno rotto la catena che li legava a un contesto di degrado sociale o spirituale, ma il tempo che si apre davanti a loro è vuoto, un vuoto che Cognetti preferisce non esplorare, perché è quello il tempo in cui le speranze potranno essere ancora una volta tradite. Dunque, che accadrà dopo? Davvero l'abisso del non senso e del compromesso sarà loro risparmiato? E come?
Fuori di metafora, non è restando nell'adolescenza della propria scrittura che l'autore risolverà il dilemma. Il tempo è maturo per raccogliere la sfida, perché le piccole cose diventino grandi a costo di esplodere.
Scrivendo, magari, la storia dei sommersi, perché loro sì hanno bisogno di "dare un senso al non senso"; o parlando piuttosto della vergogna dei salvati (della propria vergogna, cioè) in modo esplicito e diretto, senza nasconderla dietro il paravento ideologico di fantasticherie risarcitorie su salvati-eroi, per conto loro pieni di senso ancor prima di arrivare sulla pagina (e non è un senso che interessi alla letteratura, questo).

***
Un'intervista all'autore: qui.
b.georg
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18/03/2008

Ora, quella che era un'avventura è diventato oggi un elettrodomestico. Il che ha i suoi bei vantaggi, beninteso. Ma probabilmente per gli avventurosi è tempo di chiudere casa e ripartire, o così immagino. È un bel modo di terminare, comunque, e non pare una sconfitta o non ne ha l'aria. Restano i sedentari, quelli di poche speranze o cocciute, e tutti gli altri ovviamente.
Herr, è stata una bella stagione, piena di doni (e io ne so qualcosa). E lei per me rimarrà quel pennellone folle che nella folla torinese inseguiva Umberto Eco e le di lui guardie del corpo urlandogli la sgangherata bellezza dei blog.
b.georg
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